L'omicidio di Chiara Poggi, avvenuto il 13 agosto 2007 a Garlasco, ha segnato uno dei casi di cronaca nera più controversi e seguiti in Italia. La vittima, una ragazza di 26 anni, fu trovata morta nella sua abitazione, e il fidanzato Alberto Stasi divenne subito il principale sospettato e fu in seguito condannato a 16 anni di carcere.
L'11 marzo 2025 si è riaperto il caso con l'indagine su Andrea Sempio, amico del fratello di Chiara Poggi. Questo sviluppo ha riacceso l'interesse pubblico sul delitto e sulla figura di Alberto Stasi.
Alberto Stasi non ha mai confessato il delitto. Ha sempre sostenuto la propria innocenza attraverso una strategia difensiva che si è concentrata sull'insufficienza delle prove presentate contro di lui e sull'esistenza di alternative plausibili all'accusa. Nonostante le ripetute condanne e i tentativi di revisione del processo, Stasi continua a proclamarsi innocente e a combattere per dimostrare la propria estraneità ai fatti. Ma andiamo con ordine, riassumendo le tappe principali del caso.
Chiara Poggi venne trovata morta in una pozza di sangue nella villetta della sua famiglia a Garlasco. Il corpo era adagiato sulle scale che conducevano alla cantina, con evidenti segni di violenza. A lanciare l'allerta fu proprio Alberto Stasi, che contattò i servizi di emergenza affermando: "Credo che abbiano ucciso una persona. Forse è viva... non ne sono sicuro". Questa chiamata, caratterizzata da un tono pacato e da alcune incongruenze nel racconto, sollevò immediatamente i sospetti degli investigatori.
Le indagini si concentrarono rapidamente su Stasi, soprattutto a causa di alcuni dettagli inquietanti: le sue scarpe erano insolitamente pulite e non presentavano tracce di sangue, nonostante fosse stato lui a trovare la vittima. Dopo un mese di indagini, il 24 settembre 2007, Stasi venne arrestato con l'accusa di omicidio volontario. Tuttavia, fu rilasciato quattro giorni dopo per insufficienza di prove.
Il caso si sviluppò attraverso vari gradi di giudizio. In primo grado e in appello, Stasi fu assolto per non aver commesso il fatto. Tuttavia, nel 2013 la Corte di Cassazione annullò queste sentenze, ordinando un nuovo processo. Nel dicembre 2014, durante il processo di appello bis, Stasi venne condannato a 24 anni di reclusione per omicidio volontario. Questa condanna fu successivamente ridotta a 16 anni dalla Corte Suprema nel dicembre 2015.
La difesa di Alberto Stasi si è basata su una serie di argomentazioni che miravano a mettere in discussione la solidità delle prove presentate contro di lui e a suggerire alternative plausibili all'accusa.
In primo luogo, gli avvocati di Stasi hanno sottolineato che il sangue trovato sulla scena del crimine era già secco, il che avrebbe reso difficile per lui sporcarsi durante l'omicidio. Secondo una perizia medico-legale, l'ora della morte era compatibile con questa teoria, e la difesa ha sostenuto che Stasi fosse al lavoro con il computer per preparare la sua tesi di laurea nel momento in cui si sarebbe consumato il delitto. Questo alibi è stato supportato da una perizia informatica che ha confermato l'uso del computer in quel periodo.
In aggiunta, la difesa ha proposto l'ipotesi che l'omicidio potesse essere il risultato di una rapina violenta, suggerendo che un intruso si fosse introdotto nell'abitazione di Chiara Poggi ingannandola. Tuttavia, questa teoria è stata respinta dai giudici, poiché non vi erano prove concrete a sostegno di questa versione dei fatti.
Durante il processo di primo grado, Alberto Stasi fu assolto per non aver commesso il fatto, con il giudice che ritenne le prove insufficienti e contraddittorie. Tuttavia, nel successivo processo d'appello, la situazione cambiò drasticamente. Nonostante l'assenza di riscontri nei nuovi test del DNA e alcune incongruenze nel racconto dell'imputato, Stasi venne condannato a 24 anni di reclusione (pena poi ridotta a 16 anni). La Corte d'appello ritenne che ci fossero elementi sufficienti per considerarlo colpevole, tra cui la sua conoscenza dell'abitazione della vittima e un racconto considerato illogico.
La difesa continuò a contestare la condanna presentando ricorsi in Cassazione. Gli avvocati di Stasi hanno evidenziato che le incongruenze nel racconto dell'imputato riguardavano dettagli cruciali sul ritrovamento del corpo di Chiara. Ad esempio, Stasi affermò di aver cercato Chiara in tutta la casa, ma non furono trovate tracce ematiche sulle sue scarpe né sul tappetino dell'auto utilizzata dopo la scoperta del corpo. Questo sollevò dubbi sulla veridicità della sua versione dei fatti.
Un altro punto centrale nella difesa fu l'assenza di un movente chiaro. La Corte di Cassazione confermò la condanna nel 2015 senza delineare un motivo specifico per l'omicidio, parlando genericamente di un "attacco di rabbia" da parte di Stasi. Questa mancanza di chiarezza sul movente ha alimentato le argomentazioni della difesa riguardo alla sua innocenza.